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Il barbiere di Mussolini

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Totò in un fotogramma del film “Fermo con le mani!” (1937)

Per Benito Mussolini un gesto banale come farsi fare la barba comportava un rischio da non sottovalutare. Consentire a un uomo di avvicinarsi pericolosamente alla sua carotide con un rasoio rappresentava uno dei momenti di maggiore vulnerabilità e sarebbe bastato un gesto deciso per mettere fine alla sua vita. Nonostante la sua popolarità dell’epoca, in molti avrebbero voluto vederlo morto, per ovvie ragioni.
Tuttavia, il Duce non amava rasarsi barba e testa da solo, così fino al 1939 optò per una selezione casuale dei suoi “collaboratori estetici”, cambiandoli di volta in volta e senza preavviso, in modo da evitare pericolose routine che avrebbero potuto facilitare i suoi nemici.

Mussolini decise di interrompere questa faticosa ricerca costante quando ebbe a che fare con il talentuoso e giovanissimo barbiere (all’epoca aveva solo 21 anni) Luigi Galbani, peraltro membro della famiglia Galbani dell’industria casearia che tutti conosciamo.
La “prima volta” di Galbani fu piuttosto traumatica: non appena avvicinò il rasoio alla gola di Mussolini sentì la canna di una pistola appoggiarsi con decisione alla sua schiena.
«Non posso lavorare in queste condizioni! Trovatevi un barbiere che subisca meno lo stress di avere un revolver puntato addosso!» sbottò non appena si rese conto della situazione.
Il Duce fece un cenno alla sua guardia, che si allontanò lasciando lavorare il giovane in pace. Solo al termine della rasatura, quando tolse l’asciugamano dal busto di Mussolini, Galbani si rese conto di aver avuto un’altra pistola puntata addosso per tutto il tempo, proprio nelle mani del suo particolare cliente.
Il giovane seppe guadagnarsi la fiducia e divenne il barbiere personale del Duce, che in diverse occasioni gli commissionò anche la delicata operazione di rasatura delle gambe della sua amante del tempo, Clara Petacci.

Le ripetute frequentazioni di Palazzo Venezia consentirono a Galbani di venire a conoscenza di molti segreti legati a Mussolini, che però non si sentì libero di rivelare fino alla metà degli anni ’60 per evitare spiacevoli conseguenze. La più scottante riguarderebbe una telefonata in cui il suo cliente ordinava l’assassinio della ex moglie Ida Dalser e del figlio Benito Albino, già precedentemente internati presso il manicomio provinciale di Milano, per mezzo di un’iniezione letale.

Ispirato dal libro Mussolini’s Barber di Graeme Donald

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