fbpx

Fatti sulla decapitazione

Image module
Illustrazione rappresentante la decapitazione di re Luigi XVI, 1793

Quanto tempo può sopravvivere una testa recisa dal corpo?
Studi scientifici effettuati sui ratti nel 2011 dall’università Radboud di Nijmegen in Olanda e pubblicati sull’autorevole portale di divulgazione scientifica PLOS hanno dimostrato che le onde celebrali nei piccoli animali decadono in modo esponenziale nel giro di quattro secondi, per poi mostrare una seconda ondata dopo ben 50 secondi, battezzata dagli studiosi “Wave of Death” (letteralmente “Onda della Morte”).
Uno studio seguente, effettuato dal neurologo Bas-Jan Zandt e pubblicato a sua volta sul portale, sostiene addirittura che il processo non sia irreversibile, aprendo inquietanti scenari degni del dottor Frankenstein.

Ma sono mai stati effettuati esperimenti su esseri umani decapitati?
Una delle testimonianze più suggestive in materia è quella del dr. Gabriel Beaurieux, che nel tentativo di dimostrare scientificamente se una testa distaccata dal corpo umano fosse in grado di sopravvivere e mantenere la coscienza effettuò nel 1905 un esperimento decisamente più grezzo, ma sicuramente di grande effetto.
In occasione dell’esecuzione di un prigioniero di nome Henri Languille, Beaurieux si accordò con l’uomo e lo informò che nei secondi successivi alla decapitazione lo avrebbe chiamato per nome, e che lui avrebbe dovuto guardarlo negli occhi a dimostrazione di aver udito il richiamo.
La ghigliottina fece il suo dovere, e non appena la testa di Languille cadde sulla superficie recisa del collo (per fortuna dello studioso che non dovette neanche toccarla) Beaurieux verificò quello che già altri studiosi del fenomeno avevano descritto: nei primi cinque/sei secondi le palpebre e le labbra dell’uomo si mossero in modo irregolare ma ritmico. Beaurieux attese che questi riflessi nervosi cessassero e solo quando le palpebre si abbassarono definitivamente pronunciò con voce alta e chiara il nome della vittima: «Languille!»
A quel punto le sue palpebre si riaprirono lentamente. Lo studioso sottolineò più volte come questo gesto avvenne in modo naturale e del tutto privo di spasmi, paragonandolo alla normale reazione di una persona che viene svegliata da un lieve sonno o distratta dai suoi pensieri nella vita di tutti i giorni. Gli occhi del condannato a morte si fissarono in modo inequivocabile su quelli di Beaurieux e vide le iridi contrarsi per mettere a fuoco il suo viso. Nei suoi scritti evidenziò che non si trattava dello sguardo vuoto di un cadavere, ma di quello vigile e concentrato di un uomo vivo.
Dopo alcuni secondi, gli occhi di Languille si chiusero e Beaurieux replicò subito l’esperimento, pronunciando nuovamente a voce alta il suo nome.
Il secondo tentativo ebbe esito positivo e questa volta la testimonianza del patologo parla di “uno sguardo ancora più penetrante del primo”. Le palpebre calarono lentamente per la seconda volta, ma non del tutto.
La terza chiamata ebbe esito negativo e Beaurieux affermò che solo a quel punto gli occhi del condannato assunsero il tipico aspetto vitreo che hanno nei defunti.
L’intera esperienza durò poco meno di trenta secondi.

Volete scoprire i dettagli della truculenta decapitazione di re Luigi XVI raccontati in prima persona? Li trovate in Alter Ego!

Image module
Acquista Alter Ego
O leggilo gratis con Kindle Unlimited
Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

div#stuning-header .dfd-stuning-header-bg-container {background-image: url(https://www.giulianogolfieri.com/wp-content/uploads/2020/01/header-2.jpg);background-color: #0a0505;background-size: cover;background-position: center center;background-attachment: initial;background-repeat: no-repeat;}#stuning-header div.page-title-inner {min-height: 500px;}